Presentazione del progetto

Il progetto artistico-sociale Absurde, iniziato nel 2027 e mai concluso, si riassume con “abusare”.
Abusare dello sguardo imposto, abusare dei limiti, abusare delle strutture che per secoli hanno definito e contenuto i corpi, in particolare quelli femminili. È un atto intenzionale di rottura che si inserisce in una riflessione più ampia sul sistema sociale patriarcale e sulla sua pretesa di normare estetiche, comportamenti e identità.

Alla base del progetto vi è un’indagine sull’evoluzione dello stereotipo corporeo: una costruzione storica che, nel tempo, ha sedimentato canoni apparentemente naturali ma profondamente culturali. Absurde si pone come dispositivo critico, capace di mettere in discussione questi limiti e di evidenziarne le contraddizioni, senza offrire soluzioni definitive ma aprendo spazi di dubbio e consapevolezza.

L’atto artistico si sviluppa attraverso la riappropriazione del corpo e dell’identità. I soggetti coinvolti si espongono in una dimensione di vulnerabilità e forza, alla ricerca di una libertà che resta forse utopica, ma necessaria. Il corpo smette di essere oggetto passivo di giudizio e diventa linguaggio, superficie politica e territorio di resistenza.

In questo percorso, sviluppato in collaborazione con Camilla Rossi a partire dal 2017 e tuttora in corso, la pratica artistica assume anche una dimensione relazionale. Le persone coinvolte non sono semplici soggetti rappresentati, ma partecipano attivamente a un processo di esposizione e condivisione che mette in discussione i ruoli tradizionali tra osservatore e osservato.

Il progetto affronta il tema della normalizzazione dei corpi non canonici, sottraendolo a una logica di accettazione. Normalizzare non significa stabilire nuovi criteri, ma interrogarsi sul bisogno stesso di giudicare e classificare. Dietro al giudizio emerge spesso un’infelicità latente, una necessità di controllo che si traduce nella costruzione di canoni e icone, con il risultato paradossale di intrappolare anche chi li produce.

Particolare attenzione è rivolta alle micro-dinamiche quotidiane che contribuiscono a rafforzare questi sistemi: commenti sul corpo, sul cibo, sul linguaggio, sulle modalità di espressione. Frasi come “mangi come un uomo” o “non sta bene che una donna parli così” rivelano la persistenza di un immaginario normativo che agisce in modo sottile ma pervasivo, generando forme di condizionamento e perdita di identità.

Non tutte le esperienze sono uguali: alcune persone non incontrano mai questi limiti, altre vi crescono dentro fino a interiorizzarli completamente. In questi casi, anche una domanda semplice come “chi sei?” può aprire uno spazio di smarrimento, un vuoto emotivo costruito nel tempo.

Absurde non cerca colpevoli né propone una lettura semplificata. La consapevolezza della matrice storica e culturale di queste dinamiche rende impossibile una responsabilità univoca, evitando il rischio di cadere in nuove forme di semplificazione o opposizione sterile. Rimane però una tensione critica, uno sguardo lucido su una realtà che continua a produrre corpi limitati e identità compresse.

All’interno di questo contesto emergono incontri significativi, come quello con Francesca: una presenza che ha trasformato il processo artistico in un’esperienza di condivisione profonda. Il gesto di spogliarsi insieme diventa simbolico, un atto di fiducia e liberazione che sottrae il corpo allo sguardo giudicante per restituirlo alla sua dimensione più autentica.

In ultima analisi, Absurde si configura come un archivio vivo di resistenze. Un progetto che osserva, assorbe e restituisce, lasciando spazio a tutte quelle soggettività che, consapevolmente o meno, continuano a mettere in discussione i limiti imposti. Una tensione aperta, in continua evoluzione.